L?N.P.A., la Lista Civica Nazionale e Beppe Grillo

27 Settembre 2007 Commenti chiusi

Mi ero fortemente ripromesso di non ritornare più sull’argomento, sia perché per me è ormai archiviato e privo di interesse, sia perché finora ne ho parlato più di quanto non abbiano fatto mai gli stessi promotori. Alludo alla questione della Lista Civica Nazionale (LCN) e, più in generale, ai problemi politici di quell’area situata tra il reale ed il virtuale che si può chiamare in vari modi, ma che forse oggi, alla luce dell’inattesa risonanza mediatica che ha avuto il V-Day, potremmo tranquillamente definire come quella della protesta civile contro la casta partitocratica; una serie di istanze morali di rinnovamento democratico, di riaffermazione della società civile e della legalità. Se invece torno ancora a parlarne è per un solo motivo; le novità degli ultimi giorni mi spingono a dare una risposta a diversi iscritti, simpatizzanti o semplici osservatori delle vicende dell’N.P.A. (anche alla luce di quello che è stato ed è il ruolo del ‘Nuovo Partito d’Azione’ all’interno di questa area e di quanto è accaduto dal V-Day fino ad oggi 27 settembre ) i quali ci chiedono di far fronte comune con i vari Grillo e grillini e con la Lista Civica Nazionale. Qualcuno lamenta anche il fatto che l’8 settembre a Bologna non c’era nessuno del nostro Partito. Qualcun altro addirittura non sa ancora che noi neoazionisti siamo usciti il 2 luglio scorso dalla LCN (come quel blogger che, ancora il 13 settembre scorso, scriveva testualmente: "Personalmente non conosco Grillo ma certi grillini milanesi sì e inoltre c’è un fermento sulle liste civiche unificate che dovrebbero dar vita ad una lista civica nazionale chiamata ‘Repubblica dei cittadini’ (accessibile anche da Libera Cittadinanza) che coinvolge direttamente gente come Veltri, Pancho Pardi, Pino A. Quartana del Nuovo Partito D’Azione (piccolo nei numeri, ma non nei propositi), lo stesso Alagna (presidente nazionale delle liste civiche), Beha e probabilmente in un secondo momento, ormai prossimo, coinvolgerà anche Fo, Rame,Travaglio e se ne avrà il coraggio lo stesso Grillo oltre ad altre personalità"). Si avverte in tanti italiani, specialmente in tanti giovani, la speranza che si crei un vasto fronte di protesta e di resistenza contro le degenerazioni della politica e, quindi, del tessuto morale del Paese. Il discorso sarebbe davvero molto lungo, ma siccome molte cose le ho già dette in passato su questo stesso blog ed altrove cercherò di aggiungere solo le novità. Quali sono le maggiori novità degli ultimi giorni? Una l’ho appena ricordata; il V-day e l’esplosione del fenomeno Grillo sul quale magari ritornerò successivamente in altri post. L’altra, è non meno clamorosa; Grillo ha sconfessato la Lista Civica Nazionale e, di conseguenza, negli ultimi giorni si è scatenata sul web una velenosa polemica dei fans delle opposte schiere (che invece sembravano a diversi osservatori essere la stessa schiera). Volano parole pesanti; gli uni accusano gli altri di incoerenza e di tradimento della comune battaglia, gli altri arrivano addirittura ad accusare i primi di essere poco meno che degli accattoni della politica che vogliono strumentalizzare il V-day e cogliere il frutto delle fatiche altrui. Dopo che il comico genovese ha scritto clamorosamente a caratteri cubitali sul suo blog che non ha nulla a che fare con la LCN, i grillini imperversano anche sul blog di Alagna chiedendogli di cancellare il logo del V-day dai manifesti che annunciano la prima vera prova di piazza della LCN, programmata per il prossimo 6 ottobre a Roma in Piazza Farnese. Quando ho saputo di questa incredibile presa di distanza di Grillo non volevo crederci, poi ho pensato che Veltri, Alagna e Pardi (lascio stare Beha perché non ha, secondo me, alcun ruolo decisionale ed alcuna colpa) hanno raccolto quello che si meritano. Nonostante abbiano finora costruito la strategia della LCN nella segreta e speranzosa attesa che Grillo mettesse a loro disposizione le truppe dei suoi ‘grillini’, presupposto essenziale della prospettiva di successo della LCN per le prossime elezioni politiche nazionali, i tre della Lista Civica Nazionale si sono visti, del tutto inaspettatamente, sbattere da Grillo la porta in faccia, si sono sentiti esclusi dal fronte comune o, peggio, si sono visti sconfessati: Grillo va per conto suo, divide i suoi destini (ammesso li abbia mai uniti) da quelli del trio AVP e, a parer mio, rende vani i loro sforzi, perché per la LCN sarà del tutto impossibile competere con la piazza di Grillo. Quindi con il "tradimento" di Grillo, l’impresa LCN diventa obiettivamente ad altissimo rischio di figuraccia. Legge del contrappasso; hanno escluso e sono stati esclusi. Chi di voltafaccia ferisce, di voltafaccia perisce. Hanno operato un voltafaccia e sono stati benserviti con un altro voltafaccia, quello di Grillo. Ma chi avevano escluso precedentemente e perché? Avevano escluso proprio me, come segretario nazionale dell’NPA. O meglio; prima mi hanno escluso dal Comitato promotore e poi hanno fatto in modo che me ne andassi del tutto, cosa che ho fatto immediatamente ritirando la mia firma dal loro Manifesto. Ho preso dunque le distanze da loro ben prima di Beppe Grillo, il quale però, a tutt’oggi, non mi risulta ancora che abbia ritirato la sua firma dal ‘Manifesto per la riforma della politica’, così come molti dei suoi giovani fans gli chiedono di fare; in effetti, servirebbe un gesto di chiarezza da parte del comico (non solo questo gesto di chiarezza, a dire il vero), ma la chiarezza in quell’area, l’ho imparato strada facendo, è una chimera. Quell’area è anzi il regno della furbizia e dell’ambiguità, esattamente gli stessi vizi che i leaders della protesta antipartitocratica contestano alla casta partitocratica. Ma torniamo ai fatti. Perché hanno escluso proprio me? Mi hanno escluso perché, a loro detta, io rappresentavo un partito. Ma anche prima, nei mesi precedenti, io rappresentavo un partito, e la cosa andava bene per loro. Poi, ad un certo punto, senza dire niente, all’improvviso, proprio come adesso fa Grillo con loro, hanno cominciato a cambiare le carte in tavola ed il progetto iniziale, a cui io avevo contribuito molto in rappresentanza dei miei compagni neoazionisti, redigendo, tra l’altro, un piano articolato che inviai il 9 febbraio di quest’anno a Pardi e a Veltri, è stato stravolto. Alla fine il buon esito del progetto (che avrebbe dovuto dar vita ad una Federazione e non alla LCN sic et simpliciter) veniva a dipendere unicamente da Grillo e anche da Alagna. Questi ultimi due, seppur adesso su fronti separati, auspicano un superamento dei partiti o addirittura la distruzione dei partiti, due pericolose schiocchezze la cui conseguenza non sarà nient’altro che compattare la casta trasversale in un unico blocco ancor più granitico, ed impermeabile non solo ad un V-day, ma anche a dieci V-day. Mi hanno escluso perché per blandire oltre ogni ragionevolezza e misura Beppe Grillo, che, a sentire Veltri, non voleva sottoscrivere un manifesto, quello veltriano, dove apparissero le firme di sigle organizzate (di partiti soprattutto), si sono rimangiati la parola e gli accordi (proprio come fa adesso Beppe Grillo con loro) che io avevo preso con loro a nome dell’N.P.A. Per fortuna, ho dei testimoni di quanto dico. Uno è proprio Oliviero Beha, che era presente alla prima riunione del 3 febbraio, riunione che è riportata nel suo ultimo libro "Italiopoli". Per accontentare e blandire Grillo fino in fondo, Veltri è andato anche in due piazze del V-day, ma mesi di corteggiamento, molto probabilmente a senso unico, non gli sono serviti a niente. Grillo li ha pubblicamente sconfessati, facendogli fare oggettivamente, non me ne vogliano gli interessati, la figura dei dilettanti e degli improvvisatori, per non dire altro. Se la cosa può consolarli, c’è il fatto che neanche Grillo ha una sua strategia vincente, a meno che mandare tutti a quel paese, anche i potenziali amici ed alleati, anche Nanni Moretti, ora finanche la LCN, non sia una strategia politica o una strategia politica vincente. Se per strategia vincente alludiamo alla creazione di un fronte, proprio di quel fronte auspicato da molti, anche da alcuni simpatizzanti NPA, abbastanza forte e in grado di far cambiare rotta al Paese, Grillo non ce l’ha. Ma, e qui voglio rispondere a chi negli ultimi giorni ci ha posto questo problema, la cosa non dipende da noi, non è colpa nostra se non si crea, non c’entra nulla il fatto che noi dell’NPA non ci siamo fatti vedere nelle piazze del V-Day. Per costruire questo fronte occorre un progetto chiaro e ben articolato, una strategia seria e tanta lealtà fra i sodali. Sul sito della LCN un risentito lettore scrive polemicamente all’indirizzo del Beppe nazionale: "la coerenza non fa parte della comicità. Sbaglio?". Cosa si può dire a questo simpatizzante della LCN? Se volete andare per quei mari, quei pesci poi pigliate. Ci vogliono coerenza ed un serio disegno strategico cioè tutto quello che è sempre mancato e manca sia alla LCN, sia a Grillo. E questo era esattamente il nostro intento. Per questo volevamo prima di tutto che questa area politica scegliesse senza esitazioni di collocarsi nell’alleanza di centrosinistra, non certo perché amiamo alla follia l’Unione prodiana, tutt’altro, ma perché fino a quando il sistema è maggioritario la terza forza esterna ai poli che prende il suo bel 1 o anche 2% non serve a nulla. Suquesto punto Alagna dal blog del sito della LCN ha cercato inopportunamente di polemizzare con me affermando: "Certo è che la storiella di far vincere Berlusconi per decidere una acritica appartenenza allo schieramento di centrosinistra non convince più nessuno". Da tener ben presente che Alagna in fondo non è un nuovissimo della politica e si dimentica spesso che la sua estrazione è quella del centrosinistra tanto è vero che è stato eletto alle ultime regionali nel Lazio proprio nello schieramento di centrosinistra, con precisione, nella lista di Marrazzo, e che è presidente di una commissione regionale. Inutile cercare di fargli capire che la probabile futura vittoria di Berlusconi non è una storiella, ma una cosa tremendamente seria, quasi una certezza ormai, e che il terzo polo dell’1% serve solo a far perdere il centrosinistra, ma nulla di più. Anzi, la LCN sarebbe ininfluente anche per la stessa sconfitta del csx visti i sondaggi più recenti. Niente da fare; Alagna è uno che ragiona così. Noi neoazionisti volevamo anche che tutti i narcisismi, tutti i complessi da ‘prima donna’ (ognuno si sente in quell’area il centro dell’universo), tutte le gelosie ed i rancori personali fossero messi da parte e quindi volevamo che questa aggregazione, che poi è diventata la LCN, facesse un discorso serio anche all’IDV, ai Verdi e ad altre forze della sinistra, ai partiti parlamentari ed extraparlamentari, alle associazioni. Invece, il progetto ha preso, ad un certo punto, un’altra piega. Adesso fioccano i ‘distinguo’; Grillo ha sì firmato il manifesto, ma questo non voleva dire partecipare al progetto della Lista Civica, altri controbattono che Grillo sapeva bene cosa stava firmando e che firmando si offriva addirittura come garante della Lista (per cui ovviamente si suppone che se uno si espone fino al ruolo di garante, poi non si mette a fare il concorrente di ciò che da lui viene garantito ecc.). In realtà, alcuni fans del comico non avrebbero neanche torto; firmare un manifesto è una cosa, Grillo o Fo o Travaglio, ne possono firmare (e ne firmano) tanti nello stesso tempo, poi, però, dal ‘Manifesto’ fino all’essere parte attiva di un progetto politico-elettorale ce ne corre. Resta comunque il fatto che Grillo è o avrebbe dovuto essere un Garante della LCN. Questa è una delle tante questioni su cui chiedevo chiarezza e chiarezza non c’è mai stata, tanto è vero che ancora oggi navigando sul sito della lista civica e cliccando sulla pagina dei garanti non appare nulla. Vuota. E poi quale avrebbe dovuto essere il ruolo specifico dei garanti, questione-chiave intorno alla quale gira la polemica grillini-civici? Neanche questo è mai stato chiaro ed io che avrei voluto un regolamento interno alla LCN scritto in un buon italiano (e non in politichese) non l’ho ancora capito. Non ho mai avuto modo di leggere niente di scritto al riguardo. Forse, mi sono distratto, ma non so dove è che i ‘civici’ parlano di questo tema, visto che non c’è nemmeno l’elenco ufficiale dei garanti sul loro sito e che alla data odierna (27 settembre 2007) la pagina relativa risulta essere ancora in costruzione. Non voglio neanche approfondire, anche perché la questione non mi interessa più ai fini pratici, quale è stato il contributo finora dato dai Garanti alla LCN. Di certo, posso solo dire che grande, veramente grande, fu la mia meraviglia la mattina del 31 maggio scorso al Capranichetta di Roma nel non vedere nessuno dei Garanti nella sala in cui veniva presentato il ‘Manifesto per la riforma della politica’. La politica dei nomi arcifamosi del giornalismo, dello spettacolo e della cultura da usare come esca per attrarre le allodole non era lungimirante, secondo l’NPA. Non poteva funzionare, non poteva essere il criterio per formare la lista dei firmatari del manifesto. L’avrò detto tante volte a Veltri, a Pardi e ad Alagna, poi mi sono stancato. Non capivo e continuo a non capire perché accanto a nomi indubbiamente molto noti ce n’erano alcuni, onestamente parlando, di non grandissima eco. Allora se volevano i grossi nomi della tv perché non ingaggiare magari Flavia Vento che anche i vecchietti che giocano a carte nella piazza del ridente paesino ciociaro di Sgurgola conoscono? E che senso aveva far credere che ci fosse (o che c’è) il sostegno, foss’anche solo simbolico, di personaggi come Franca Rame, che è impegnata in un partito strettamente concorrente come l’Idv, come Beppe Grillo che voleva andare per conto suo (e non era difficile capirlo) già mesi fa? La notizia dell’ultima ora è la ciliegina sulla torta di questa fallimentare gestione della LCN; anche Lidia Ravera è andata per altri lidi. E’ candidata nella lista veltroniana del PD a Roma. In sintesi; le cose a parere mio e dei miei compagni di Partito bisogna farle bene e con chiarezza prima di tutto. Poi, bisogna definire un percorso strategico, porsi tanti problemi organizzativi, ipotizzare con quale legge elettorale si voterà e così via. Esattamente ciò che io chiedevo inutilmente a Veltri o a Pardi. Sempre in tema di chiarezza, un altro blogger si è posto giustamente questa domanda: "Beppe Grillo: un uomo che si rimangia la sua stessa firma. Due sono le cose: 1. Beppe Grillo non ha mai firmato 2. Si è veramente rimangiato tutto: coerenza = 0. Non so quale delle due è peggio". Chissà se lo sapremo mai come sono andate le cose. Quel che sembra purtroppo certo è che i leaders della cosiddetta ‘antipolitica’ amano tenere i propri seguaci ancora più all’oscuro di come fanno i leaders della politica ufficiale, della politica partitica, che almeno ogni tanto uno straccio di comunicato stampa te lo mettono sul loro sito internet. Io ho capito una cosa; che l’area politica di cui stiamo parlando è piena di ambiguità, furbizie,sottili cinismi, incoerenze, per cui non si capisce mai chi strumentalizza chi (Di Pietro strumentalizza Grillo o viceversa?, Veltri strumentalizza Grillo, come accusano i grillini, oppure Grillo si è servito di Veltri, come dicono i ‘civici’?). Cari amici e compagni che ponete proprio a noi dell’NPA la questione di creare un fronte comune, ecco perché non è stato possibile farlo, come noi avremmo veramente desiderato. Ci siamo battuti allo spasimo per crearlo e per crearlo su basi serie (dicendo ciò non mi rivolgo solo ai miei, ma mi rivolgo anche alla base della LCN che queste cose ha il diritto di saperle) ed hanno fatto in modo che ce ne andassimo proprio e solo noi. Ma, vedete, una cosa è cercare un compromesso mantenendo ben sicure l’identità e la dignità politica e personale, con la chiarezza, con la lealtà reciproca, con la trasparenza pubblica, un’altra è avventurarsi su una carovana dove si gioca a ‘fregacompagni’ (chiedo venia per la definizione un po’ alla Di Pietro) tra cinismi, ambiguità, personalismi esasperati (tutto quel che resta quando non si tratta più da soggetti politici con altri soggetti politici) in club politici ristrettissimi all’insegna di un mix di qualunquismo + vippismo televisivo + snobismo radical-chic. Volevano i nomi noti, televisivamente noti, gli amici della LCN? Ed io gli ribattevo; sì, vanno bene i nomi dello spettacolo o della televisione, ma le truppe dove sono?, chi le mette, se non una rete molto ramificata di piccoli partiti, associazioni, movimenti, e, perché no?, anche di liste civiche? Noi come azionisti proponevamo un criterio inclusivo, non lasciar fuori nessuno che avesse buona volontà nella costruzione di questo vasto fronte, mentre adesso va di moda il criterio esclusivo, prima si escludono gli azionisti, poi lo stesso Grillo esclude i civici da un progetto comune. A che serve il nome di grande richiamo spettacolare e mediatico, se poi non ci sono le truppe? Non è il grande nome che ti va a raccogliere le firme, che ti trova i candidati nelle province più lontane. Eccoli serviti adesso; ‘lo gran Rifiuto’ del comico ha fatto capire bene come si affrontano in quell’area i problemi di strategia. Il comico il problema non l’ha affrontato ma l’ha semplicemente reciso alla fonte. Buon per lui che è un comico e che, come ha ripetuto anche nei giorni scorsi, non è tenuto né a organizzare schieramenti, né a proporre soluzioni serie ai mali italiani. Che volete da un comico? D’altronde, per parlare anche delle strategie del…Genovese, che strategia è quella di ridurre la complessità e la nobiltà (e direi anche la drammatica serietà) della protesta riducendo quest’ultima ad un plebeo e ludico ‘movimento vaffanculista’, degnandosi di rilasciare, dall’alto della sua insindacabile autorità morale, solo ridicoli bollini blu Chiquita 10 e lode alle liste civiche perfettamente allineate con l’esatto pensiero grillesco? Quali sono le vie d’uscita dalla crisi italiana oltre ai gentili inviti di andare a quel paese distribuiti un po’ a tutto l’universo-mondo? Come si mettono a frutto le energie positive e feconde di questi ragazzi dei Meet-up, se non c’è uno straccio di strategia politica e se c’è, da parte di Grillo, solo l’ansia di erigere steccati, di valorizzare solo il suo giardino o il suo ‘giardinetto’, di praticare esclusioni alla fonte, di porre o, quanto meno, ispirare diktat escludenti propri od altrui (come quello subito da noi azionisti ed eseguito per via indiretta e come quello riservato poi agli stessi ‘civici’ per via diretta)? Grillo, dal canto suo, sguazza a suo piacimento nell’ambiguità delle sue scelte di vita. Vuol decidersi a farci sapere cosa vuol fare? Vuol fare il comico o il politico? Non dubito che Grillo sia un comico bravissimo capace di far ridere tantissima gente. Se, però, la trovata del bollino blu sulle ‘sue’ liste civiche è l’annuncio del suo debutto da politico e se partorirà ancora qualche idea simile non dubito parimenti che riuscirà a far ridere anche come politico. Ecco che rispondo ancora una volta ai tanti compagni e amici che si rammaricano delle divisioni delle forze di protesta e di rinnovamento e che si chiedono come mai non diamo il nostro contributo al movimento di Grillo o a quello di Veltri. Se volete sapere perché non si riesce a costruire un fronte come quello da voi auspicato, cari compagni, dovete chiedere spiegazioni a Beppe Grillo, ad Antonio Di Pietro, a Elio Veltri, a Pancho Pardi ed a Roberto Alagna, non a noi. Per quanto ci riguarda direttamente, noi a quest’area politico real-virtuale abbiamo già dato.

Presentazione al n. 18 della rivista “Il Giornale della Filosofia”

29 Luglio 2007 Commenti chiusi

Il saggio sul postmodernismo che (ri)presentiamo in questo numero (era uscito nella prima serie della nostra rivista, quella che va dal 1990 al 1992) si apre con uno scritto che gli specialisti del Postmoderno riterranno di sicuro interesse. Ne costituisce, in ogni caso, una versione molto particolare che lascia intendere a prima vista come in Italia non si sia detto tutto quel che c’era da dire su uno dei più recenti capitoli della filosofia contemporanea.
Dalle pagine della Hutcheon il paradigma consolidato del postmoderno come ideologia conservatrice ne esce capovolto. Intendiamoci; la Hutcheon, a ben vedere, non dice che Habermas ha sbagliato completamente la diagnosi, ma che ha voluto vedere solo quello che voleva vedere in questo complesso fenomeno chiamato Postmoderno, tanto complesso da non dar adito, in ogni caso, a letture tanto parziali come quella di Habermas. Il Postmoderno ha una doppia ed opposta natura, intuisce questa postmodernista canadese; "inside-outsider", dentro al sistema, più del marxismo certamente, ma anche, più esterno allo stesso sistema di quanto non lo sia addirittura il marxismo. Habermas, Jameson, Eagleton e gli altri critici europei e statunitensi del Postmoderno non riescono proprio a rendersi conto di come "l’istanza basilare del postmodernismo, che è quella di una messa in discussione dell’autorità, è, ovviamente, un prodotto tipico dell’ethos degli anni ’60. Questi erano anche gli anni della letteratura della protesta nera e degli inizi della scrittura femminista". Si avrebbe quasi l’impressione che il postmodernismo della Hutcheon non sia altro che una sorta di riedizione della "Nuova Sinistra" Americana della fine degli anni ‘60, più che un fenomeno politico, culturale, artistico e filosofico del tutto nuovo ed originale. Oppure può dare l’impressione che si tratti di una versione del post-strutturalismo francese arrivata un po’ in ritardo negli Stati Uniti o in Canada. Ma c’è un importante passaggio di questo scritto che ci toglie ogni dubbio. Ad un certo punto, la Hutcheon traccia una importante distinzione tra postmoderno e marxismo la quale ne implica una ulteriore anche in rapporto a certe versioni postmoderniste europee di diretta filiazione strutturalista e post-strutturalista: " Il Postmoderno assume una posizione interrogativa contro i sistemi totalizzanti e, mentre, come è stato detto da alcuni, il materialismo dialettico è attualmente incapace di essere un sapere totalizzante perché esso pone la lotta di classe in una posizione di primo piano (Macdonell, 1986), precisamente è l’atto di porre una lotta – quella di classe – in una posizione di primo piano che vuol dire totalizzare, almeno nel senso di escludere altre lotte che molti considerano egualmente basilari (quelle del genere, della preferenza sessuale, della razza). Si potrebbe sostenere che la lotta di classe sta al marxismo come il genere al femminismo, il potere a Foucault, la scrittura a Derrida, il Nome del Padre a Lacan; sarebbe a dire che, malgrado le mire antitotalizzanti di tutte queste teorie decentrate (postmoderne), c’è ancora un centro essenziale attorno al quale totalità possono essere costruite ". Ad un’altra accusa, tipica del marxismo statunitense, quella secondo la quale il Postmoderno sarebbe complice del capitalismo e della cultura consumista, la Hutcheon oppone una serie di argomenti certamente suggestivi. In primo luogo stabilisce una stretta analogia tra l’arte postmodernista e la Pop Art di Andy Warhol il cui biglietto di presentazione più provocatorio ed eclatante fu (per molti) l’ormai famosa (anche in Europa) riproduzione della lattina della ditta Campbell (Campbell’s soup) e cioè quanto di più riconoscibile la cultura popolare statunitense abbia prodotto. Una vera e propria icona dell’American way of life, un pugno nell’occhio per la critica marxista, ma anche un’operazione ambigua. O meglio; ambivalente. O meglio ancora; apparentemente ambivalente. Quale sia il messaggio più profondo di Warhol lo spiega bene la Hutcheon nel saggio qui ri-proposto. E’ certamente uno choc artistico e politico per la Sinistra tradizionale di ispirazione marxista, ma le vie della Sinistra sono diverse e non tutte convergenti, anche in relazione ai rapporti fra arte e politica; c’è la via di Lukacs, la via modernista di Adorno e della Scuola di Francoforte, la via postmodernista e quella delle avanguardie come la Pop Art di Andy Warhol e Roy Lichtenstein. Molte altre cose ci sarebbero da dire, se non temessimo di eccedere nello spazio e di andare fuori tema, sulla predilezione della Pop Art (ma quasi la stessa cosa si potrebbe dire anche per l’arte postmodernista) per altre icone della cultura popolare (pop) americana. Basti pensare alla musica rock ed ai fitti rapporti di Warhol con notissimi musicisti rock newyorkesi quali Lou Reed, Nico ed i Velvet Underground. Quindi, per la Hutcheon l’arte postmodernista è politica e contestatoria, alla fin fine anche più radicale del ripiegamento adorniano nell’arte modernista e nel suo élitismo. Brecht vs. Schönberg? O addirittura; Alban Berg vs. Lou Reed? Sarebbero dei bei confronti a distanza, molto intriganti e suggestivi, certamenti inappropriati o sacrileghi per orecchie moderniste. Un altro argomento che la Hutcheon oppone ai critici marxisti del postmoderno come Jameson è il punto di vista dal quale la critica stessa viene esercitata (per dirla in termini molto spicci, è un po’ il ‘popolare’ argomento del pulpito dal quale viene la predica); se il postmodernismo è bollato come "inside", è veramente difficile, se ci togliamo gli occhiali deformanti dell’ideologia, vedere la posizione "outsider" dei critici marxisti. Secondo l’autrice di questo saggio, postmodernismo e marxismo condividono almeno una cosa importante; il carattere di impegno (politico e sociale) dell’arte e questa volta in comune opposizione all’élitarismo estetico del modernismo adorniano ben situato nel cuore della vecchia Europa. Passando ad un altro scritto, quello di Edgar Morin (anch’esso tratto da un vecchio numero della prima serie della nostra rivista, ora ri-proposto, dopo un bel po’ di anni, ai nuovi lettori della nuova serie), non si può fare a meno di rilevare come esso contenga due cose preziose. La prima, è la distinzione che Morin opera fra morale e moralismo. Un vecchio tema e neanche tanto originale, potrà obiettare il lettore. Certo. Però, se il tema non è proprio il massimo della novità, le soluzioni a questo problema possono essere sempre diverse. In tal caso la distinzione di Morin è attualissima. Ma del brevissimo saggio di Morin c’è un’altra cosa che ci piace mettere in risalto ed è la definizione di problema etico, che ci pare davvero splendida. Sara Dellantonio torna a parlarci di temi attinenti la filosofia della mente. Non è una branca della filosofia di facile approccio anche perché presuppone da parte del lettore un minimo di interesse per la scienza verso cui non solo il lettore filosofico, ma addirittura il professionista italiano di filosofia si è sempre (tranne rarissimi casi) sentito lontano ed estraneo. Ma ciò che respinge il lettore medio e non iperspecialistico è anche il linguaggio. Non è senza motivo quindi che Dellantonio apre il suo scritto con la classica distinzione fra filosofia analitica e filosofia continentale. Le differenze fra le due sono state contenutistiche ma anche stilistiche. D’altronde, questa separazione non c’è sempre stata; l’autrice fa presente giustamente che i filosofi classici si sono impegnati più dei contemporanei nella comprensione, se non addirittura nello sviluppo della scienza del loro tempo. Questa separazione si può superare anche incrociando in maniera nuova filosofia continentale e filosofia analitica. Per esempio, come cerchiamo di fare noi in questa rivista, trattando temi della filosofia continentale (ma anche della cosiddetta filosofia analitica) con lo stile chiaro, rigoroso e sobrio della filosofia analitica. Non crediamo poi che sia un’impressione soggettiva quella secondo la quale soprattutto nella filosofia continentale l’allontanarsi dalle tematiche scientifiche ed una certa ostilità verso la tecnoscienza siano andati di pari passo anche con uno stile del linguaggio filosofico estremamente ridondante ed abbastanza oscuro. Il pensiero va immediatamente ad Heidegger di cui Francesco Valerio, in questo stesso numero, cerca di ricostruire il concetto di decisione. Forse chi leggerà questo saggio si sorprenderà delle conclusioni di Valerio il quale scrive: "Ad un anno di distanza dal Discorso di Rettorato, Heidegger porta a compimento l’opera, già in stato avanzato, di risoluzione della logica filosofante nella logica ideologica völkisch. L’appello al popolo e al popolo tedesco tornerà puntuale un anno più tardi nella celebre Einführung in die Metaphysik, nel mentre realizza l’affondo contro ‘la decadenza spirituale della terra’ e la ‘desolante frenesia della tecnica scatenata e dell’organizzazione senza radici dell’uomo massificato’ (qui, ricollegandoci alla distinzione fra gli stili delle due filosofie siamo veramente agli antipodi dello stile di pensiero analitico n.n.), nel mentre prefigura come già in essere ‘ l’abbuiarsi del mondo ‘ e la ‘la fuga degli dei’, la crescita del ‘sospetto gravido d’odio contro tutto ciò che è creativo e libero’ ". Non ci meravigliamo di certo se alla fine del suo lavoro Valerio traendo le sue conclusioni dallo studio del decisionismo heideggeriano si avvede giustamente, e lo scrive a chiare lettere in una nota, del fatto che la pista sottesa del discorso heideggeriano è quella völkisch. Per affermare ciò sembra appoggiarsi a ciò che scrisse Emmanuel Faye nel suo "I fondamenti nazisti dell’opera di Heidegger" nel quale lo studioso francese sottolineò come in Heidegger è impossibile separare l’ideologia (völkisch) dalla filosofia. Concludo questa presentazione al numero 18 della rivista "Il Giornale della Filosofia" facendo notare al lettore una curiosa coincidenza. Quando Emmanuel Faye rimarca l’espressione heideggeriana "l’intima verità e grandezza" rievoca in modo incredibilmente simile le analoghe analisi di un altro studioso francese di Heidegger che si chiama (qui è la vera curiosità del particolare) pure Faye. Mi riferisco al filosofo Jean-Pierre Faye (col quale a suo tempo ebbi anche modo di collaborare) che sulla strategia di dissimulazione (filonazista) di Heidegger ha scritto pagine formidabili (La ragione narrativa, Introduzione ai linguaggi totalitari, Le piège).

Pino A. Quartana

SD; Spini indica la giusta via

25 Luglio 2007 Commenti chiusi


Dopo tre mesi dalla sua costituzione, il ‘Movimento della Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo’ comincia a mostrare le prime evidenti e strutturali crepe. Il dibattito interno, ben visibile sul sito Aprileonline, mostra sempre più nitidamente una notevole divergenza di prospettive. Emerge di giorno in giorno una puntuale divaricazione tra chi preferirebbe stabilire un asse privilegiato con Bertinotti e Diliberto (la cosiddetta Cosa Rossa) e tra chi, al contrario, preferirebbe stringere un patto di ferro con lo SDI di Boselli e con la cosiddetta Costituente Socialista (che comprenderà nuove facce della politica come Formica, Zavettieri,De Michelis per non parlare del Craxi figlio). Da parte sia di Fassino che di Boselli si ricorda, non a torto, a Mussi che non aveva alcun senso rifiutare la prospettiva del Partito Democratico e farsi promotori di una scissione (ingrossata poi dai rappresentanti della mozione Angius) in nome del socialismo europeo per poi buttarsi nelle braccia di Bertinotti e Diliberto, che, in fondo, sempre comunisti sono. Ma nei giorni scorsi sono accaduti dei fatti, tre fatti, non dico previsti, ma da me fortissimamente auspicati, che hanno dato al dibattito interno della SD un nuovo sviluppo. In primis, c’è stato lo scontro sulle pensioni che ha sancito una spaccatura difficile da colmare tra SD e Verdi, da una parte, e l’ala comunista della presunta Cosa Rossa, dall’altro. La seconda novità eclatante è stata la presa di posizione di Pecoraro Scanio pubblicata domenica 22 su “Repubblica” il quale rompendo il suo lungo silenzio su questi problemi di strategia politica pura ha detto che loro sono verdi e verdi rimarranno e non come i meloni che sono verdi di fuori e rossi di dentro. Ma il terzo fatto nuovo è forse quello più importante. Mi riferisco all’articolo pubblicato dal presidente della SD, Valdo Spini che sul quotidiano “Il Riformista” del 20 luglio ha avuto finalmente l’intuizione giusta, quella che può risolvere finalmente il problema della SD e dare a questo nuovo soggetto politico un futuro cioè un ruolo originale, uno spazio non gregario con tutto ciò che ne consegue. Sostanzialmente Spini ha detto che a differenza di quanto spesso si legge sul dibattito interno della “Sinistra Democratica” i compagni della SD non sono nati né per entrare nella sinistra radicale, né per entrare nello SDI. Secondo Spini, la SD deve essere una sinistra rosselliana e quindi laica e democratica, “alfiere delle classi oppresse, dall’altro liberalismo in azione”. Quindi, in altre parole; né nostalgismo craxiano, né ansia di una alternativa di sistema legata al fantasma del comunismo. Evito di approfondire i motivi addotti da Spini a sostegno di questa posizione. In gran parte sono gli stessi ragionamenti che da osservatore esterno delle cose SD avevo realizzato anche io. Io voglio aggiungere un aspetto nuovo della questione. Se la SD vuole essere una cosa nuova e, nello stesso tempo, rimanere fedele a se stessa, non c’è dubbio che la posizione di Spini, posizione mediana tra quella di Angius (preferenza per un asse con lo SDI) e tra quella di Mussi (preferenza per un rapporto privilegiato con la sinistra rossa o radicale, di cui però la SD ci metterebbe ben poco a diventare un’inutile vassalla), è quella attesa, quella giusta, anzi l’unica che possa dare un futuro a questa nuova sigla. Però, l’aver, a parere di Spini e di chi scrive, trovato l’asse stabile intorno al quale SD dovrà ruotare significa anche predisporre una strategia integrativa. In altre parole, si tratta di questo: per marcare la propria autonomia dai due poli, PRC da un lato, SDI dall’altro, la SD deve farsi promotore della costruzione di un ulteriore polo, in grado, tra l’altro, di poter raccogliere da solo il 5%, come prevederà probabilmente la nuova legge elettorale. Solo così potrà sancire e mantenere, nei fatti, questo ruolo autonomo e da protagonista nel quadro politico italiano. Deve, insomma, creare un polo della sinistra democratica italiana comprendente tutti i soggetti grandi e piccoli che in questo spazio politico-culturale storicamente si riconoscono e si ritrovano. Ma a questo punto se si volesse da parte di SD porre mano a questo disegno, se si capisse da parte di tutti i compagni della SD che solo la posizione di Spini può salvarli come nuovo soggetto politico, la strategia SD verrebbe a combaciare al millimetro con quello neoazionista espressa nell’ultimo documento della nostra Direzione Nazionale di Fiuggi dello scorso 22 aprile. In quel testo noi parliamo appunto proprio di creare uno spazio, un polo di Nuova Sinistra Democratica con “il nuovo Movimento di Mussi, con Occhetto, con liste civiche di sinistra e associazioni della società civile, con gli azionisti e, se fosse possibile, anche con i Verdi”. Naturalmente una Federazione siffatta non sarebbe del tutto chiusa ed impermeabile ai rapporti con la sinistra radicale, magari stabilendo con quella parte della sinistra un patto di consultazione di tipo confederale e non vincolante. Sembra, dopo le dichiarazioni dell’altro giorno di Pecoraro Scanio, che con i Verdi sia possibile, ed aggiungerei, nel frattempo, che la cosa è possibile anche con frange laico-progressiste (liberali di sinistra, radicali di sinstra e repubblicani di sinistra), con associazioni di pensionati e consumatori, con socialisti che non si rassegnano alla ricomparsa dei craxiani nella Costituente Socialista di Boselli e quant’altri ancora. Questa è la sola via nuova, possibile ed originale. Spini ha aperto gli occhi e la strada. Per il resto, non ci resta a questo punto che confidare nell’intelligenza politica e nella saggezza dei compagni del movimento della Sinistra Democratica.

‘Una serata molto speciale’. Genesis a Roma

15 Luglio 2007 Commenti chiusi

Ieri ho deciso di prendermi una vacanza da politico e di non pensare, almeno per un giorno, alla deprimente politica italiana. Così me ne sono andato, moglie e figlioletto al seguito, ad un appuntamento sognato per tutta una vita; il concerto dei Genesis al Circo Massimo a Roma con la speranza di vivere “una serata molto speciale”, come ha detto Phil Collins in italiano dinanzi ad un pubblico imponente di mezzo milione di persone. Lo so benissimo che questa cosa già mi fa uscire fuori dal modello standard del politico italiano, quello di una persona davvero perbene e a modino che frequenta la Scala, i salotti mondani della nobiltà romana o dei grandi borghesi milanesi, ma il conformismo o la “regolarità” non sono mai stati né il mio forte, né le mie aspirazioni e quindi… Però, almeno per un politico di sinistra, dovrebbe essere interessante partecipare ad un grande concerto rock se non altro per accorgersi dell’esistenza di un pezzo d’Italia che non idolatra Costantino o Corona, i modelli “di successo” di un mutamento (ma vorrei usare ben altri termini) antropologico imposto dalle reti tv berlusconiane (mutamento beninteso che è il vero segreto del successo politico di Berlusconi) e per scoprire dei pezzi d’Italia “diversi”, non omologabili secondo i peggiori e logori luoghi comuni “arci-italiani”. Dovrebbe far impressione, soprattutto ad un politico, un mezzo milione (mezzo milione; cioè l’equivalente di un intero elettorato per non pochi partiti, tanti italiani quanto basta per mandare a Montecitorio 10 deputati) di cittadini italiani che d’un tratto esplodono all’unisono cantando tutti insieme, ”I know what I like and I like what I know, getting better in your wardrobe, stepping one, beyond your show”, come è accaduto ieri sera al Circo Massimo. Ma voglio parlare oggi nel mio blog, solitamente riservato a questioni politiche, di questo grandissimo gruppo della storia del rock soprattutto perché nella mia vita il rock ha sempre occupato un posto molto importante, “molto speciale”, e tra i gruppi rock il gruppo dei Genesis è sempre stato ed è tuttora quello da me più amato. Potrei parlare di loro e della loro musica per ore intere. A ciò porta il piacere estetico, l’ammirazione, la passione per la musica e l’arte. Quando a 18 anni mi preparavo, in un ritiro quasi da clausura, per la maturità liceale, “Foxtrot”, il loro quarto album, fu l’unica mia compagnia, l’unico segno di vita oltre il fruscìo dei libri, per ben due mesi. I primi soldi guadagnati nella mia vita, a 21 anni, vennero da un programma radiofonico da me curato che aveva come argomento il rock romantico inglese e quindi Genesis in testa. Ma per l’estetica musicale, per il rock e per i Genesis credo di aver fatto molto di più; ho scritto e pubblicato ben 18 anni fa un libro sull’estetica della musica rock che però purtroppo fui costretto, poco dopo che il libro uscì dalla tipografia, a far ritirare dal commercio perché mi accorsi che il correttore di bozze della tipografia aveva combinato un disastro. Ai “codini” della politica ufficiale posso dire solo che se tutto è ridotto a spettacolo, se la vita in fondo non è che un grande spettacolo, allora preferisco senz’altro quello dei grandi concerti rock a quelli dell’avanspettacolo della politica italiana, con l’aggravante che gli spettacoli rock abbiamo la fortuna di vederli una volta tanto mentre quelli dell’avanspettacolo della politica ci vengono spietatamente inflitti quotidianamente. Discorsi da antipolitica? Non direi. Certo se ci riferiamo alla musica rock, entriamo anche in un discorso estetico che ha molte e serissime implicazioni di tipo politico. Del resto, il discorso sul rock e sui Genesis mi interessa certamente come filosofo. Anzi parlando di me, mi interessa moltissimo proprio come filosofo (oltre che come grande appassionato della musica dei Genesis) perché credo di essere ancora, al momento attuale, l’unico filosofo italiano che ha trattato questo tema, nonostante siano trascorsi già ben 18 dall’uscita di quel mio libro, come ricordavo poco prima. Insieme a tanti miei connazionali coetanei più di trent’anni scoprimmo i Genesis quando in Inghilterra, la loro patria, non se la passavano affatto bene (in pratica, il pubblico inglese li ignorava e li snobbava). Ebbene, fummo noi giovani ed adolescenti italiani dei primi anni ’70 a determinare il primo e decisivo successo dei Genesis, che da allora diventarono poi quello che sono oggi. Phil Collins e soci questo lo sanno bene e rivederli concludere in Italia, a Roma, nella stupenda cornice del Circo Massimo, il loro tour europeo dopo ben 15 anni di fermo è stata una nota particolarmente toccante; per loro Genesis e per noi, loro fedeli fans italiani ormai con i capelli imbianchiti o brizzolati di cinquantenni con qualche anno soltanto meno di loro Genesis. Qualche nota, infine, di critica musicale (materia nella quale non mi esercito più ormai da quasi trent’anni). Phil Collins ha sostituito molto bene Peter Gabriel (ma attenzione; è una storia di trent’anni fa, non di un mese fa), ma solo nei brani meno complessi, quelli non “d’anatta”, come ha detto nel suo simpatico italiano Phil Collins. Mike Rutherford alla chitarra solista soffre della stessa sindrome e quindi in brani del primo periodo (quello che si conclude con “The Lamb Lies Down On Broadway” e con l’uscita di Peter Gabriel dalla rock band) come ‘Firth Of Fifth’ per non far rimpiangere troppo Steve Hackett l’unica cosa saggia da fare era quella di affidare la parte ad un session-man di eccelso livello tecnico come Daryl Stuermer. Una parola infine su Tony Banks; sono sempre stato convinto che il vero custode del Genesis sound sia stato e sia lui, lo schivo, silenzioso, elegante e molto “Old England” tastierista del Surrey. Ah! Dimenticavo un’ultima cosa. Il libro sulla filosofia della musica rock che ho intenzione di ristampare in una seconda e definitiva edizione sarà dedicato a Peter, Phil, Tony, Mike e Steve. Vi dicono niente questi cinque nomi? Beh! naturalmente quando il libro uscirà mi premurerò di avvisarli.

Riprenderò a breve (comunicazione di servizio)

13 Luglio 2007 Commenti chiusi

Chiedo scusa ai lettori per l’interruzione del blog, ma la nuova piattaforma introdotta da Tiscali mi ha apportato mille problemi tecnici in fase di gestione del blog. In pratica con il mio caro Mac 9.2 non è più possibile continuarlo. Sto cercando quindi di provvedere da un’altra postazione. Ancora qualche giorno di pazienza e spero di poter riprendere il blog.

Prosegui la lettura…

Ai membri del Comitato Promotore del Progetto Civico

2 Luglio 2007 1 commento

Cari amici, alla mia richiesta di chiarimenti formulatavi in data 19 giugno scorso ha risposto solo Elio Veltri con due striminzite righe. Il giorno dopo ho incontrato per caso lo stesso Veltri a Roma e solo in quella occasione ho avuto modo finalmente di farmi un’idea sufficientemente chiara delle vostre intenzioni, di ciò che avete veramente in testa. Solo grazie a questo incontro fortuito ho avuto modo di chiarire a me stesso molti aspetti della vostra avventura politica e, come potete leggere nel mio blog (http://npablog.blog.tiscali.it/), tranne la motivazione di fondo del ‘Manifesto per la riforma della politica’ su tutto il resto sono ormai in profondo disaccordo con voi, sia come cittadino, sia come Segretario del ‘Nuovo Partito d’Azione’. Sintetizzo in poche righe i motivi del mio disaccordo; eravamo partiti con l’intenzione di federare quante più sigle politiche possibili con un criterio inclusivo ed invece capisco che non volete più nessuna sigla organizzata o, forse, che volete scegliere di volta in volta quella che più vi piace, facendo saltare così ogni criterio oggettivo e trasparente nella scelta dei partner. Su questo aspetto vi state comportando in modo molto contorto e ben poco chiaro. Non mi piace questo stile da vecchia politica che stride terribilmente con l’immagine di novità e trasparenza assolute che dovrebbe essere la cifra del vostro progetto (progetto, beninteso, che fino ad ora è stato anche il mio, anche se solo a titolo individuale). Non posso accettare che ‘di fatto’, avete cancellato l’apporto del ‘Nuovo Partito d’Azione’ e di qualsiasi altra sigla organizzata a partire da un certo punto in poi (e senza avvisarmi della vostra ‘svolta’). Eravamo partiti con l’idea di costituire l’area ‘critica’ del centrosinistra, ma pur sempre all’interno del centrosinistra, data la permanenza del sistema maggioritario, ed invece adesso scopro che la parola Sinistra è diventata impronunciabile, tabù assoluto. E’ evidente quindi che volete posizionarvi al di fuori delle due grandi coalizioni, in un fantomatico terzo polo, e questo può avere delle conseguenze gravissime perché, al di là del numero dei deputati che pensate di poter eleggere, determinerete la vittoria di Berlusconi perché la stragrande parte dei voti che potete prendere, se vi presenterete davvero, li strapperete al centrosinistra. Scrivevo solo qualche giorno fa che l’unica cosa su cui ancora concordo con voi è la motivazione di base del vostro progetto, quella indicata nel vostro quasi monotematico Manifesto fondatore; la riforma della politica. Ho manifestato altresì perplessità sul vostro modo di gestire l’impresa ed in particolare sul come si prendono e sul chi prende effettivamente le decisioni, temendo la creazione di un altro piccolo gruppo oligarchico, in netto contrasto con lo spirito del progetto. Ovviamente non faccio marcia indietro sui motivi che mi hanno indotto per mesi a lavorare fianco a fianco con voi. Non faccio assolutamente marcia indietro sulla necessità di reclamare una ‘riforma della politica’, anzi vi dirò che il termine riforma mi sembra anche troppo blando. Da azionista, o da neoazionista che dir si voglia, il mio faro ideale è sempre la “rivoluzione democratica” di Parri andatasi ben presto ad infrangere, all’alba della Repubblica, contro gli scogli della restaurazione conservatrice a causa dei tradimenti degli alleati del vecchio Partito d’Azione. Va benissimo dunque la forte contestazione alla partitocrazia che ci ha ridotti nelle miserrime condizioni in cui ci ritroviamo, ma quando leggo, per esempio, un Roberto Alagna che parla di ‘superamento del sistema dei partiti’ mi allarmo. Cosa vuol dire esattamente che volete superare il sistema dei partiti? La formulazione può avere un certo effetto demagogico, ma per il resto è confusa ed ambigua. Non volete più partiti che sequestrano la democrazia e volete sostituirli con partiti che assicurino certi standard minimi di democraticità effettiva, oppure non volete proprio più i partiti sic et simpliciter? Se prendo per vera la seconda interpretazione, allora ci sono solo tre modi di superare il sistema dei partiti. Uno, rivolgendosi all’indietro, è quello di restaurare i notabili dell’Italietta giolittiana o la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, l’altro, rivolgendosi al futuro, ad un remoto futuro, è il ricorso alla democrazia diretta per via tecnopolitica. Voi allora cosa volete mettere al posto della attuale degenerazione dei partiti? Se volete la ‘rivoluzione democratica’ è una cosa (ma se volete la ‘rivoluzione democratica’ perché come prima cosa vi affrettate ad estromettere ‘di fatto’ proprio gli azionisti?), se, invece, volete fare la politica alla Coluche (di Coluche che, magari, razzolano un po’ meno bene di quanto predichino), è un altro. Ci vuole insomma più serietà culturale; non si può affidare ai Coluche di casa nostra il monopolio della sacrosanta contestazione alla degenerazione partitocratica. Per un certo periodo vanno bene anche i Coluche ovviamente; ma non si può mettere lo scettro in mano a questi. Noi azionisti vogliamo rimettere l’inevitabile professionismo politico nei binari giusti, tagliando per esempio del 70% gli emolumenti dei parlamentari, vogliamo liberarci dell’oligarchia autoreferenziale del ceto politico, far in modo che i professionisti della politica siano letteralmente tali, ma nel senso buono del termine, dei professionisti della politica che si occupano della ‘polis’, del bene comune, e non dei loro privilegi o affaracci sporchi. Ma non vogliamo demolire tutto e tutti e lasciare la cosa pubblica in mano ai professionisti dell’antipolitica. Secondo me, voi state assimilando tutto e tutti, senza argomentare criticamente e senza distinguere fra i vari livelli e senza soprattutto avere un progetto alternativo di riforma della politica e della democrazia; è per questo che non distinguete nemmeno più fra i partiti degenerati ed i partiti che combattono coerentemente la degenerazione. Se poi pensate che è la parola ‘partito’ la causa in sé di tutti i mali oppure che, nel caso nostro, non siamo titolati quanto voi a perseguire un tale compito, ebbene vi sbagliate di grosso e se volete possiamo smentirvi in qualsiasi occasione in cui voi vogliate accettare un pubblico confronto. Detto ciò, vi dico che io non sono fatto per le cose poco chiare e sulle quali mi sono già dilungato in troppe occasioni nell’inutile tentativo di stimolarvi ad una maggiore articolazione progettuale e ad una maggiore trasparenza comunicativa, fermo restando ovviamente che strada facendo avete stravolto il progetto originario. Se il progetto è diventato quello che ormai è diventato allora non posso continuare più a riconoscerlo come mio, né il ‘Nuovo Partito d’Azione’ può aderirvi. Potrei ancora far finta di niente e rimanervi dentro a titolo esclusivamente individuale, ma questo non mi interessa molto perché voi sapete che io mi sono fatto coinvolgere in questo progetto sin dall’inizio a nome del mio partito e non a titolo personale. In conclusione, volendo eliminare ogni fonte di ulteriori equivoci mi vedo, purtroppo, assolutamente costretto a chiedervi di ritirare la mia firma dalla lista dei primi firmatari del Manifesto. Con immutata stima. Pino A. Quartana Segretario Nazionale ‘Nuovo Partito d’Azione’

Conversazione tra me e Veltri sulla ‘Cosa Civica’

1 Luglio 2007 Commenti chiusi

(Intervista al Segretario Nazionale del ‘Nuovo Partito d’Azione, Pino A. Quartana del 30-6-2007 pubblicata sul Forum N.P.A.) http://nuovopartitodazione.forumup.it/ Forum NPA – Abbiamo letto la Sua Lettera aperta ai promotori del manifesto della "Lista Civica Nazionale". La domanda è ovvia: qualcuno le ha risposto? Segretario Nazionale NPA – “Sì, mi ha risposto Veltri mercoledì 27 con una mail dicendomi che al manifesto che ho sottoscritto e al progetto della lista civica possono aderire singoli e organizzazioni. Da questa risposta si capirebbe quindi che potrebbe aderire anche il Partito e non solo io a titolo personale”. Forum NPA – Sappiamo che recentemente ha avuto occasione di parlare con il dott. Veltri anche a proposito di questo progetto. Siete riusciti a chiarirvi oppure le vostre posizioni sono ancora distanti? Segretario Nazionale NPA – “Il giorno dopo aver ricevuto questa risposta per mail ho incontrato casualmente lo stesso Veltri ad un convegno sul socialismo liberale di Paolo Sylos Labini. C’è stato un chiarimento a cui erano presenti altre persone tra cui l’eurodeputato Giulietto Chiesa che manifestava anche lui a Veltri perplessità analoghe alle mie. Per prima cosa ho chiesto a Veltri se dopo il suo chiarimento del giorno prima desiderava che anche il ‘Nuovo Partito d’Azione’, e non più solo io a titolo personale, aderisse ufficialmente al progetto, alla ‘Cosa Civica’, come l’abbiamo già ribattezzata noi azionisti. Veltri mi ha dato una risposta strana. Ha detto che certamente l’NPA può aderire come partito, aggiungendo anche però che finora non ha aderito alla Cosa Civica ancora nessuna sigla organizzata, nemmeno ‘Libera Cittadinanza – I Girotondi’, l’associazione di cui è a capo Pancho Pardi, che però, al tempo stesso, figura tra i promotori dell’operazione politica. Fermiamoci un attimo qui. Cosa vuol dire che non ha aderito ancora nessuna sigla organizzata? E’ una cosa davvero troppo strana che per me può voler dire solo due cose; o che il progetto civico è ritenuto generalmente un progetto insignificante oppure, come a me sembra molto più probabile, che i promotori fanno di tutto per scoraggiare le adesioni di partiti, movimenti ed associazioni. Per stanare Elio gli ho posto allora un’altra domanda; va bene, gli ho detto, ammettiamo che il ‘Nuovo Partito d’Azione’, che d’altronde condivide la tematica della rivolta antipartitocratica e che anzi su questa tematica è ancora più radicale di voi “civici”, sia l’unica organizzazione o l’unico Partito che voglia aderire; questo fatto vi andrebbe bene? Anche qui però è arrivata da Veltri una strana condizione. Sì, aderite pure, mi ha detto, ma io non tratto con voi, né con nessuno altro soggetto organizzato sulle candidature al Parlamento. Questa forzatura non può essere accettata da noi azionisti. Ammesso che il progetto civico sia in grado effettivamente di andare avanti fino a presentare liste alle prossime politiche, noi azionisti non abbiamo mai fatto cenno alle candidature, né ci poniamo assolutamente il problema. Perché mettere allora così frettolosamente le mani avanti, quasi per stroncare sul nascere ogni ipotesi seria di collaborazione? Cambio angolo visuale e a quel punto gli ricordo come e quando e con chi è cominciata veramente l’avventura della Lista Civica. Essa ha come inizio non il 31 maggio al cinema Capranichetta, ma il 3 febbraio nella sede dell’associazione ‘Il Cantiere’ di Occhetto. Questa è la verità dei fatti certificata anche da Oliviero Beha nel suo ultimo libro “Italiopoli”. Beha parla di quella prima riunione alla quale ne seguirono delle altre e ricorda che il 3 febbraio erano presenti come organizzazioni e non come singoli ‘Il Cantiere’, ‘Libera Cittadinanza – I Girotondi’, il ‘Nuovo Partito d’Azione’, liste di consumatori e via dicendo. Era ovvio che stavamo lì a nome delle nostre sigle e non a titolo individuale. Dirò di più: il ‘Manifesto per la riforma della politica’ fu firmato già nella successiva riunione che si tenne a marzo ed il primo firmatario allora fui proprio io quando il foglio girava sul lungo tavolo senza che nessuno si decidesse a rompere il ghiaccio apponendo la prima firma. Dopo di me firmarono tutti. Poi comparve Alagna con le sue liste civiche. Quindi, questo progetto era partito alquanto diverso da come oggi appare; avrebbe dovuto essere una federazione di organizzazioni che avrebbero dovuto far politica giorno per giorno, e non solo sul tema del rifiuto dei partiti, per poi giungere, alla fine, alla presentazione delle liste. E poi c’è un altro aspetto importante di cui debbo mettere tutti a conoscenza. Nel Comitato Promotore composto ora da Alagna, Pardi, Veltri e Beha, c’ero fin dall’inizio pure io e non a titolo personale. Ho chiesto quindi a Veltri come mai il mio nome è stato depennato nella presentazione del Capranichetta e Veltri ancora una volta mi ha dato una risposta abbastanza sconcertante dicendomi che, ad un certo punto, il progetto è cambiato ed io non potevo più rimanere nel Comitato Promotore perché rappresento un partito. Non faccio nomi, ma sembra che qualcuno gli abbia posto un aut-aut; se vuoi i nostri nomi o il mio nome fra i primi firmatari, fra i testimonials vip, niente sigle e solo adesioni in termini individuali. Inutile dire che l’ambiguità o la confusione vengono ulteriormente alimentate dal fatto che mentre nel ‘Manifesto’ presentato il 31 maggio si invitano anche le organizzazioni ad aderire, chi lo ha firmato lo ha fatto o, meglio, forse lo ha dovuto fare solo a titolo personale. Senza dire che quando il progetto è cambiato, nessuno si è preoccupato di comunicarmelo ed anche questa la dice lunga sul come si sta gestendo questa impresa. Insomma, è una cosa incomprensibile se restiamo nei canoni della logica e della trasparenza. Se però poi ad un certo punto ci rompessimo le scatole di essere corretti ed irreprensibili e cominciassimo a pensare male (a pensar male si fa peccato, come tutti ben sanno, però spesso si coglie la verità), ecco che una spiegazione di tutte queste contorsioni la troviamo. Lascio che siano i compagni che ci leggono a dedurla. Dopo aver appurato definitivamente grazie alle cose ammesse da Veltri che questi amici della Cosa Civica non vogliono in realtà né noi azionisti, né nessun’altra forza organizzata, resta ancora in piedi un grosso problema, che non è solo quello dello stile e delle capacità di gestione politica di questa avventura “civica”. C’è dell’altro. Strettamente collegata a questa scelta di non far entrare “de facto” nessuna sigla organizzata, tranne il Coordinamento delle Liste Civiche di Alagna chissà perché ritenuto soggetto non organizzato, c’è ormai, e le parole di Veltri giovedì mattina sono state abbastanza chiare, la scelta di posizionare questa futura ed eventuale Lista Civica Nazionale al di fuori delle due coalizioni e non, come era implicito fin dall’inizio delle nostre riunioni, come era stato annunciato da Pancho Pardi all’assemblea del Teatro Vittoria ai primi di novembre 2006, all’interno della coalizione di centrosinistra. Ciò, se la Cosa andrà avanti, comporta delle importanti e, secondo me, anche molto gravi conseguenze sul piano politico generale. Questa area della Sinistra, quella che ha partorito i Girotondi, quella che ha costituito la frontiera più avanzata della resistenza al berlusconismo, rischia, se le cose andranno come si stanno profilando, di spianargli la strada del ritorno. Se il mio ragionamento non fosse ancora chiaro, facciamo l’ipotesi che alle prossime elezioni politiche lo schieramento di centrosinistra riesca a fare il massimo di quello che può sperare di fare e cioè riallineare la forza dei due blocchi secondo i rapporti emersi dalle elezioni dell’aprile del 2006. Immaginiamo per un attimo che il centrosinistra riesca nei prossimi mesi o anni a fare il miracolo di tornare a quella sostanziale situazione di parità; 24.000 voti in più alla Camera e 250.000 voti in meno al Senato, con premio alla Camera e impercettibile vantaggio al Senato di 1 o 2 senatori. Questo è il meglio che al centrosinistra potrà succedere, con Veltroni o senza Veltroni. E se succedesse sarebbe del tutto inutile perché la Cosa Civica, ponendosi come terzo polo, toglierebbe qualche centinaia di migliaia di voti al centrosinistra e solo qualche migliaia al centrodestra. Inoltre, siccome la prossima legge elettorale sarà ancora più dura per le liste debuttanti, come terzo polo si avrà vita molto più dura per superare la soglia minima, che già col “porcellum” è del 4% per le liste fuori dalle due grandi coalizioni. Noi neoazionisti siamo i primi che vorremmo veder scomparire il maggioritario ed il bipolarismo coalizionale, ma essere dei bravi dirigenti politici significa anche prendere atto della cruda realtà ed in questo caso prendere atto del fatto che fino a quando ci sarà il maggioritario e le due coalizioni i tentativi terzopolisti sono dei vuoti a perdere. Insomma, la Cosa Civica, ammesso che andrà avanti, produrrà molto probabilmente i seguenti due risultati; a) Nessun eletto per i candidati della Cosa Civica data la presumibile soglia d’accesso per i terzopolisti, ancora più alta di quanto non sia già attualmente; b) Sconfitta certa già in partenza, anche nel miglior scenario possibile, per il centrosinistra e riconsegna del Paese a Berlusconi ed alle destre reazionarie. No, per quante cose terribili noi pensiamo e diciamo ogni giorno di questo centrosinistra, fino a questo punto noi non siamo disposti ad arrivare. Io invece ho proposto loro una ‘road map’ alquanto diversa; posizionamento estremamente critico verso il centrosinistra, ma nel centrosinistra, per cambiarlo, per condizionarlo, per stimolare il suo rinnovamento, alleanza elettorale eventuale con alcune parti della Sinistra, le più sane, ed allargamento a quanti più soggetti possibile, organizzati e singoli. Ricordo per esempio che Pardi lamentava la sproporzione tra il compito potenziale così vasto e le forze così esigue. Ebbene come adesso intendono colmare quel divario? Invece di allargare a tutti quel che ci vogliono stare, finiscono con l’escludere pure coloro che, NPA in primis, addirittura già ci stavano? Ho i miei forti dubbi allora che questa sia la nuova politica e non so nemmeno se si possa chiamarla antipolitica. Senza offesa per gli amici con cui abbiamo condiviso sei mesi di lavoro politico, c’è anche l’ipotesi che le loro capacità di direzione politica siano state ampiamente sopravvalutate, anche da noi. A meno che come andreottianamente sospettavo prima…(a buon intenditor poche parole) la vera posta in palio sia tutt’altra. In definitiva, mi dispiacerebbe proprio per tutti quei cittadini, per tutti quei compagni delusi o politicamente disperati che si stanno aggrappando a questo tentativo “civico” se essi dovessero vivere una nuova cocente delusione. In quanto a me, in quanto a noi neoazionisti, ho deciso, non per ripicca ma per non alimentare ulteriore confusione e per coerenza (perché non credo più al progetto per come lo vogliono portare avanti adesso, o, meglio, perché, pur credendo alla motivazione principale del progetto, sono in profondo disaccordo sul modo di portarlo avanti), che chiederò al Comitato Promotore della Cosa Civica il ritiro della mia firma dal Manifesto e lo stesso possono fare anche gli altri compagni neoazionisti che hanno firmato il Manifesto e che hanno riposto, inutilmente purtroppo debbo dire a questo punto, tante speranze in questa impresa che si sta rivelando come la creazione di un’altra piccola oligarchia blindata”.

Il Nuovo Partito d’Azione contro la legge-bavaglio

26 Giugno 2007 1 commento

COMUNICATO STAMPA N.P.A. “Il ‘Nuovo Partito d’Azione’, che già un anno fa fu tra i pochissimi partiti a schierarsi ed a manifestare contro il disastroso indulto, esprime la sua netta e durissima opposizione alla cosiddetta legge-bavaglio contro le intercettazioni nonché alla paventata abolizione dell’ergastolo dal nuovo Codice Penale. Si tratta, se dovessero passare, di altri due clamorosi ed incredibili atti suicidi di un già agonizzante Governo che delude e tradisce senza più vergogna o senso del limite milioni di elettori del centrosinistra, già abbondantemente portati allo stremo ed al limite della sopportazione. E’ proprio vero che Dio acceca chi vuol perdere. L’NPA esprime altresì la sua totale ed incondizionata solidarietà ai magistrati ed ai giornalisti italiani tutti, senza distinzioni politiche e di corrente, entrambi baluardi della democrazia e della libertà di espressione. Al tempo stesso, i nuovi azionisti italiani invitano quanti nel Governo e nella maggioranza unionista sembrano aver improvvisamente cambiato idea sull’opportunità e sulla bontà della legge-bavaglio, scoprendone gli enormi pericoli per la democrazia, a dare questa volta seguito concreto alla loro dichiarata opposizione conducendola fino in fondo, senza calcoli opportunistici e senza furberie, fino alle estreme conseguenze se necessario, costi quel che costi, perché esistono nella vita valori superiori alla sopravvivenza forzata di un Governo che ha ormai già divorziato da milioni di suoi ex elettori e sostenitori”. NUOVO PARTITO d’AZIONE Il Segretario Nazionale Pino A. Quartana Roma 26 – 6 – 2007

Il nuovo organigramma del ‘Nuovo Partito d’Azione’

25 Giugno 2007 1 commento

LA NUOVA STRUTTURA ED IL NUOVO ORGANIGRAMMA del ‘NUOVO PARTITO d’AZIONE’ Segretario Nazionale PINO A. QUARTANA Coordinamento della Segreteria Nazionale Gabriele Oliviero (Comunicazione ed Organizzazione) Teresio Panero (Rapporti politici ed istituzionali – Direttore politico e responsabile del giornale del Partito) Organizzazione territoriale; Liguria; Stefano Ferrando (commissario) Piemonte; Teresio Panero (Segretario) Val d’Aosta; Teresio Panero (commissario) Veneto; Gabriele Oliviero (Segretario) Friuli-Venezia Giulia; Giovanni Da Lozzo (commissario) Trentino-Alto Adige; Mary Balzano (commissario) Umbria; Giancarlo Menichetti (commissario) Lazio; Benedetto Motisi (Segretario) Abruzzi; Fulvio Fabbricatore (commissario) Molise; Julio Cortes (commissario) Campania; Rossella Caputo (commissario) Basilicata; Pino A. Quartana (ad interim) Puglia; Enzo Sarcina (commissario) Calabria; Piero Ferrari (Segretario) Direzione Nazionale Pino A. Quartana – Gabriele Oliviero – Teresio Panero – Stefano Ferrando – Julio Cortes – Fulvio Fabbricatore – Piero Ferrari – Giancarlo Menichetti – Enzo Sarcina – Benedetto Motisi – Rossella Caputo – Mary Balzano – Giovanni Da Lozzo. Il Segretario Nazionale ed il Coordinamento della Segreteria Nazionale compongono la Segreteria Nazionale.

Lettera a Veltri, Pardi ed Alagna

19 Giugno 2007 Commenti chiusi

A Roberto Alagna – Elio Veltri – Pancho Pardi Cari amici e compagni, sono passati ben venti giorni dalla Conferenza stampa del Capranichetta in cui è stato presentato il ‘Manifesto per la riforma della politica’, ma da allora sono ancora in attesa di una qualsiasi Vs. comunicazione tale da precisare meglio i contorni di questo progetto nonché le sue prossime tappe di sviluppo. Da venti giorni mi sento, per dirla con il Sommo Poeta, “tra color che son sospesi” senza capire come io debba relazionarmi nei vostri confronti sia a titolo personale, sia a titolo di Segretario Nazionale del ‘Nuovo Partito d’Azione’. E’ vero che Elio Veltri ha chiarito nei giorni scorsi sul Vs. blog che non si tratterà di fare né un nuovo partito né un nuovo movimento, ma questo lo sapevo già da prima e quindi questa cosa qui non mi basta. La questione da chiarire in modo prioritario (veramente le questioni da chiarire sarebbero molte) è un’altra. Mi spiego meglio. Temo di non aver ancora ben compreso i termini di quello che costituisce, almeno dal mio punta di vista, il problema principale di questo progetto e cioè la partecipazione a quest’ultimo di soggetti politici organizzati. In termini ancor più elementari, avrei un certo bisogno di sapere se nei vostri piani c’è l’intenzione di modulare il progetto aprendolo alla partecipazione ufficiale anche di piccoli partiti come il ‘Nuovo Partito d’Azione’, di movimenti e di associazioni scelti tra quelli che condividono i contenuti del manifesto veltriano oppure no. Io ritengo che tale apertura sia estremamente necessaria perché il compito che voi avete dichiarato al Capranichetta di voler perseguire è immenso e quindi sarebbe un autentico delitto restare un contenitore solo di singoli cittadini e rinunciare all’apporto di organizzazioni politiche non attualmente presenti in Parlamento che siano disposte a condividere con voi il pesante fardello di costruire nel Paese uno schieramento alternativo (o anche una lista elettorale alle prossime politiche) del tipo da voi auspicato. Un chiarimento in tal senso da parte vostra è ormai improcrastinabile ed io comunque con la presente lo richiedo ufficialmente in qualità di uno dei primi firmatari del Manifesto. Non pretendo una risposta immediata in giornata, ma fine mese di giugno mi sembra un termine ragionevole. Vorrei una risposta non importa se positiva o negativa ma ufficiale e chiara. Ritengo inoltre che il far capire i dettagli del percorso che avete in testa sia anche un vostro preciso dovere di trasparenza nei confronti di tutti coloro che a diverso titolo si ritengono interessati a questo progetto politico o già coinvolti in esso. Resto quindi in fiduciosa attesa di questo fondamentale chiarimento. Cordiali saluti. Pino A. Quartana